Mente, corpo e linguaggio in Tolkien
di Roberto Arduini e Claudio Antonio Testi

l saggio intitolato Ósanwe-kenta, "investigazione sulla comunicazione del pensiero", esiste nella forma di otto pagine dattiloscritte, numerate da 1 a 8 da Tolkien. È presentato e (auto)descritto come un "riassunto" o "abbreviazione" (MR:415) fatta da un redattore anonimo di un altro lavoro dallo stesso titolo che il saggio Elfo Pengolodh "ha aggiunto alla fine del suo Lammas o ‘Relazione sulle Lingue'" (ibid.).
Il brano, originariamente presentato su Vinyar Tengwar, compariva anche qui nella versione tradotta da Lorenzo "Soronel" Gammarelli ed oggi è stato incorporato in un volume edito da Marietti e che compendia alcuni saggi di Tolkien nella versione proposta da C. Hostetter e P. Wynne sempre su Vinyar Tengwar. Il volume ha per titolo "La trasmissione del pensiero e la numerazione degli Elfi".
Per gentile concessione dei curatori, Roberto Arduini e Claudio Antonio Testi, vi offriamo in anteprima assoluta nonché in esclusiva per Eldalië il testo integrale della prefazione all'opera (vedere anche la versione per la stampa completa di note a pié pagina).

Introduzione. Mente, corpo e linguaggio in Tolkien

Premessa

Con questa pubblicazione la collana “Tolkien e dintorni” si arricchisce di un libro che è unico al mondo, perché per la prima volta raccoglie in un solo volume alcuni saggi tolkieniani apparsi su quattro differenti numeri della rivista americana Vinyar Tengwar. Pur non essendo un inedito, né un nuovo romanzo e nemmeno un antefatto o sequel dei più noti racconti sulla Terra di Mezzo, è tuttavia un testo che farà scoprire al pubblico italiano tutta l’inimmaginabile accuratezza subcreativa dell’autore de Il Signore degli Anelli.
Come noto, J.R.R. Tolkien scrisse il suo primo racconto a soli sette anni, e già a ventun anni pose le prime basi del suo Legendarium1, ovvero l’insieme di scritti sulla Terra di Mezzo, alla cui sub-creazione si dedicò per tutta la vita. In questa quasi incredibile (per vastità, spessore e durata: quasi sessant’anni!) attività mitopoietica, l’autore inglese non solo scrisse (e riscrisse più volte) le sue più note e avvincenti storie, ma curò anche con una meticolosità fino ad oggi inarrivata, e probabilmente inarrivabile, ogni aspetto del suo mondo, dalla geografia all’astronomia, dalle cronologie agli alberi genealogici, fino a riflessioni autenticamente filosofiche e a raffinate elaborazioni di nuovi linguaggi.
Proprio questi ultimi erano la vera passione di Tolkien, tanto che inventò diverse lingue (come il Quenya e il Sindarin, le lingue degli Elfi), e in più occasioni ribadì che aveva scritto le “storie” soltanto per fornire un mondo ai suoi linguaggi2.
Tuttavia, ciò che il Professore di Oxford pubblicò ancora in vita (Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli e Le avventure di Tom Bombadil) non è che la punta di un iceberg rispetto alla sua produzione letteraria, la cui parte preponderante è l’insieme di racconti e scritti riguardanti il cosiddetto Silmarillion. Questo corpus di racconti doveva essere (almeno nelle intenzioni di Tolkien) ben più vasto del volume effettivamente pubblicato nel 1977 dal figlio Christopher3. Gran parte del materiale che non vi rientrò fu poi pubblicato, sempre per merito di Christopher Tolkien, tra il 1986 e il 1996 nei dodici volumi della History of Middleearth, dei quali solo i primi due sono tradotti in italiano (sotto lo strano titolo di Racconti perduti e Racconti ritrovati, che traducono il titolo inglese The Book of Lost Tales: Part One/Two). In questa monumentale raccolta (circa 4.630 pagine) si ritrovano sia varie versioni di storie note al pubblico (incluso Il Signore degli Anelli) e opere mai pubblicate, sia innumerevoli saggi su temi specifici, che spaziano dall’origine degli Orchi al tema della morte, dalla forma originaria del mondo creato alle leggi e ai costumi degli Elfi. Sono proprio di quest’ultimo tipo gli scritti che qui presentiamo, corredati dal prezioso apparato critico dei curatori americani (Carl Hostetter e Patrick Wynne), ai quali la nostra équipe ha aggiunto, quando necessario, precisazioni, richiami interni e disegni esplicativi per una migliore fruizione da parte del pubblico italiano. È proprio per l’assenza dalle librerie del nostro Paese dei volumi della History of Middle-earth che nascono le maggiori difficoltà di comprensione. In questo volume faremo spesso riferimento a questo scrigno di tesori preziosi, riportando il nome dell’opera originale, quando non tradotto in italiano. Naturalmente, ogni volta è stata nostra cura contestualizzare questi testi, riportandone i contenuti utili alla comprensione del lettore italiano.
Dalla lettura di questi testi emerge la profondità delle speculazioni di un autore, la cui fama di essere stato troppo pigro per pubblicare nuove storie e troppo distratto per dedicarsi agli studi accademici è in realtà un’idea superficiale che non tiene conto del metodo di scrittura di Tolkien, né della sua continua attenzione alla coerenza interna dei suoi testi. Proprio queste sue caratteristiche hanno reso la Terra di Mezzo un mondo vivo, sfaccettato, a tutto tondo, che affascina a ogni nuova lettura. Aggiungiamo ora queste importanti pagine, che aiuteranno gli appassionati delle opere del Professore di Oxford a calarsi ancor di più nel suo mondo e tra i suoi abitanti.

Ósanwe-kenta. Indagine sulla comunicazione del pensiero

Questo testo risale agli anni 1959-60, nei quali Tolkien, rinfrancato dal successo del Signore degli Anelli e stimolato dalle tantissime lettere di ammiratori che gli facevano le più svariate domande sul suo mondo, conosce un periodo creativo straordinario, che lo porta a scrivere (in bozza o in forma quasi definitiva) tantissimi saggi sui numerosissimi dettagli della Terra di Mezzo. Tra questi, riveste particolare importanza Quendi and Eldar (pubblicato in Jewels), un lungo testo linguistico sull’origine e il significato dei vocaboli elfici, e del quale l’Ósanwe-kenta doveva essere un’appendice.
Nello strutturare, inizialmente, il vasto mondo della Terra di Mezzo come una sorta di preistoria dell’Inghilterra, trasmessa da fonti immaginarie (gli elfi di Tol Eressëa) a cronisti storici anglosassoni (l’Eriol/ Ælfwine dei Racconti perduti), Tolkien assunse il ruolo di mediatore, ovvero del compilatore che riunì l’antica conoscenza, le diede forma organica e la trasmise ai posteri. Verlyn Flieger documenta bene4 i diversi mezzi che Tolkien usò per raggiungere questa sua mediazione.
Come indica il sottotitolo, J.R.R. Tolkien immagina che l’Ósanwekenta, che vuol dire Indagine (kenta) sulla comunicazione del pensiero (ósanwe), sia il riassunto, compilato da un redattore anonimo, di un lavoro con egual titolo scritto dall’eminente linguista Pengoloð e aggiunto al termine del suo Lammas (un «Albero delle lingue» pubblicato in Lost Road). Pengoloð è infatti un elfo di Gondolin che, nell’originaria concezione tolkieniana, è l’autore di gran parte del materiale del Silmarillion; questi racconti sono poi narrati al marinaio anglosassone Eriol/Ælfwine, giunto durante le sue peregrinazioni all’isola elfica di Tol Eressëea, che li tradurrà in inglese5. Questa finzione letteraria (di cui peraltro non si fa menzione nel Silmarillion pubblicato) è estremamente importante perché indica come gli scritti del Legendarium, ivi incluso l’Ósanwe, siano “elfocentrici”, e quindi vanno letti e interpretati in quest’ottica.

L’Ósanwe-kenta si può idealmente dividere in cinque sezioni, in ogni ognuna delle quali sono trattati temi importanti:
I. Premessa (p. 7). Nell’introduzione si rimarca come il saggio sia “elfocentrico” in un duplice senso: le fonti di questo studio di Pengoloð sono osservazioni di antichi e saggi studiosi degli Elfi, che inoltre hanno per argomento soprattutto gli Elfi (e i Valar, le potenze angeliche).
II. Basi generali della comunicazione del pensiero (p. 8). Sono introdotti gli importanti concetti di anima (fëa) e corpo (hröa), volontà (níra), apertura (lata) e chiusura (patha) della mente (sama). Per realizzarsi, la trasmissione del pensiero necessita di un trasmittente intenzionato a ispezionare o trasmettere qualcosa a un ricevente, che deve essere come minimo in uno stato di apertura mentale, il che va ben distinto dalla volontà attiva (nirme) di accogliere un pensiero (sanwe).
Incontriamo qui un interessante rilievo psicologico: l’apertura è lo stato naturale della mente, e quindi per passare allo stato di chiusura occorre un atto cosciente di volontà o meglio “nolontà” (avanir)6, la quale si può produrre in un triplice grado di intensità: verso un trasmittente, verso più trasmittenti o verso tutti i trasmittenti (chiusura totale in se stessi). Si nota poi che «nulla può penetrare la barriera della Nolontà» (p. 8) e al proposito vi è una profonda osservazione teologica: pur stante questa chiusura, Eru (Dio) può sempre ispezionare ogni mente e inviarvi messaggi i quali «possono non essere ascoltati, ma non si può dire di non averli ricevuti» (p. 19 Nota 3).
III. La comunicazione del pensiero nei Valar e negli Elfi (pp. 9-11). I Valar, per quanto siano anch’essi naturalmente aperti, non possono tuttavia vedere la mente di Eru senza il Suo consenso: i Valar che non scelgono di «auto-rivestirsi» con un corpo [cfr. p. 19 Nota 5], hanno inoltre una trasmissione e ricezione del pensiero molto più nitida di quella dei Valar con “rivestimento” corporeo (sostanzialmente i Valar del Silmarillion), e ancor più degli Incarnati (Mirröanwi: Elfi e Uomini; per quanto, come detto, le osservazioni riguardino soprattutto i primi). Per questo gli incarnati, per praticare l’ósanwe, devono rafforzare i vincoli trasmittente/ricevente per mezzo di tre fattori: l’affinità (parentela, amore o amicizia), l’urgenza o l’autorità del trasmittente. Vicinanza e lontananza, invece, non incidono sulla riuscita di questo tipo di comunicazione. Con una preziosa osservazione, si precisa poi che l’ósanwe è reso più difficile anche dall’abitudine al tengwesta, ovvero al comunicare tramite il linguaggio (lambe) e i gesti.
IV. Sugli usi e abusi del pensiero (sanwe) (pp. 11-18): Inizia qui una lunga sezione di carattere marcatamente metafisico-teologico, in cui si esamina la possibilità, l’uso effettivo e la liceità del potere della mente, e che si potrebbe dividere nelle seguenti sottosezioni:
IV.1: Regole generali sulla comunicazione dei pensieri. Due sono le leggi che regolano la comunicazione dei pensieri: si tratta dell’impossibilità ontologica (únat) di penetrare la barriera impenetrabile delle Nolontà (e questo limite è invalicabile), e dell’esplicito comandamento di Eru (axan) di non appropriarsi con la forza o l’inganno di ciò che l’altro ha diritto di possedere (ivi inclusi i propri pensieri).
IV.2: Il comportamento di Melkor. Melkor non solo non rispetta quest’ultimo axan, ma cerca con tutti gli stratagemmi di aggirare l’únat sopra descritta (visto che abbatterla è metafisicamente e logicamente impossibile). Con una fine analisi della psicologia di Melkor, si narra di come egli (dopo aver compreso che l’uso della forza del suo sama provoca nei riceventi solo paura e chiusura) approfittò dello stato iniziale di apertura delle menti per introdurvi falsi pensieri sulla sua benevolenza e amicizia: in tal modo molti Elfi e Valar decisero di ascoltarlo attivamente (volontà attiva, nirme: cfr. sez. II), mentre altri si chiusero nell’invalicabile Nolontà. Non soddisfatto, egli cercò di aggirare l’únat della Nolontà, e scoprì che, tramite il linguaggio (da lui magistralmente padroneggiato) è sempre possibile esercitare pressioni (con minacce di dolori corporali) o introdurre menzogne, capaci di far cadere in proprio potere gli incarnati, e questo senza dover leggere o forzare il loro inviolabile pensiero. Egli inizia quindi ad adottare la menzogna come prassi («il Mentitore dice che tutte le parole sono menzogne», p. 15), ma così facendo egli stesso cade nella sua rete di bugie, che lo costringe a essere sospettoso verso tutto e tutti.
IV.3: Il comportamento dei Valar verso Melkor. I Valar, dopo la distruzione degli alberi in Valinor e la decisione (molto sofferta) di attaccare Melkor, dapprima lo fanno semplicemente prigioniero (impedendogli l’esercizio del suo malvagio potere e confidando in una sua redenzione) e poi, nel momento in cui egli si mostra (falsamente) pentito, gli credono sulla parola e lo liberano, senza nemmeno tentare di violargli la mente con la forza o altri sotterfugi. Questa, che può apparire follia o addirittura stoltezza, è in realtà il totale rispetto dell’axan posto da Eru (IV.1), il che impedisce a Manwe o ad altri Valar di diventare, seppur a fin di bene, un altro Melkor; senza contare che in effetti solo un suo reale pentimento avrebbe estirpato il male dalla Terra di Mezzo.

In questo breve scritto troviamo quindi alcuni profondissimi spunti di riflessione: la distinzione tra apertura e volontà attiva di ascoltare [II], il linguaggio che da un lato impedisce l’ósanwe e dall’altro risulta un mezzo per aggirare l’únat della nolontà [III, IV.2], il riferimento alla rete di falsità generate da una frase identica al celebre paradosso logico del Mentitore [IV.2], l’analisi teologica e psicologica del benevolo comportamento dei Valar (unica via per debellare autenticamente il male) [IV.3]. Per queste (e altre) ragioni riteniamo che sia difficile sopravvalutare l’importanza e la preziosità dell’Ósanwe-kenta.

Note su Óre

Questo scritto fa idealmente da ponte tra l’Ósanwe-kenta e i saggi relativi a Mani, dita e numeri Eldarin e scritti correlati (MDN), per tre ordini di motivi: mentre l’Ósanwe riguarda il pensiero e la mente, e MDN tratta di una parte puramente corporea degli elfi (le mani), Note su Óre è una riflessione su un «organo» che è tuttavia anche «sede» di pensieri e emozioni: óre viene infatti tradotto con «cuore», nel senso di «mente interiore» (p. 35). Inoltre, lo scritto è cronologicamente posteriore all’Ósanwe, e quasi contemporaneo a MDN (1968 circa), il che lo rende ancor più interessante, visto che ci mostra un Tolkien nella sua piena maturità mitopoietica. Infine, mentre l’Ósanwe è un saggio di natura teorica sul pensiero e MDN è di stampo marcatamente linguistico, queste Note sono a cavallo tra la riflessione psicologica e la ricerca filologica.
Da questo saggio emerge infatti il modo del tutto originale con il quale Tolkien procede nella sua sub-creazione, che inizia dalle singole parole, dietro alle quali scopre poi una realtà «concreta» piena di significati e di storie da raccontare7. Si inizia infatti analizzando l’etimologia del termine óre, glossato nel Signore degli Anelli con «cuore», ma che non corrisponde a nessuno degli usi correnti di questa parola (p. 36), essendo negli elfi una facoltà attiva: per questo occorre esaminare prima di tutto la «realtà» di questo popolo (ibid.). A differenza degli uomini, gli elfi sono «immortali», o meglio la loro vita dura fino a che il mondo non cessa: hanno quindi davanti un futuro indefinito e questo li porta ad avere uno sguardo costantemente rivolto al passato (che rimpiangono) e a non avere alcuna fretta nelle decisioni (p. 37). Questo permette loro di prestare la dovuta attenzione all’óre, facoltà grazie alla quale nella mente (sama) affiorano (anche nel sonno) sensazioni profonde e vere, alle volte provenienti dai Valar o dallo stesso Eru (p. 38). Non si tratta quindi di impulsi fisici legati al corpo, ma di emozioni che risiedono e si percepiscono nell’anima (p. 36).
Nulla di tutto ciò accade nell’uomo, la cui vita nel mondo terminerà con la morte: questo lo porta, paradossalmente, ad avere lo sguardo rivolto soprattutto al futuro, e causa una fretta nelle decisioni e nelle azioni che non gli permette più di “ascoltare” l’óre. Le Note terminano accennando a una «storia» che affonda nella notte dei tempi, secondo la quale in realtà la morte è stata una punizione per gli uomini, che in origine non erano quindi mortali, o almeno non lo erano nel modo in cui lo sono ora. Esiste un documento (l’Athrabeth Finrod ah Andreth, “Il dialogo tra Finrod e Andreth” [MR pp. 301-366], scritto nel 1959- 60) che tratta diffusamente di questa leggenda e il fatto che, a distanza di oltre otto anni, Tolkien vi faccia esplicito riferimento, dimostra quanto egli considerasse importante questa storia, la quale mette fortemente in discussione l’idea della mortalità come «dono di Ilúvatar» dato agli uomini: in questo senso le Note su Óre sono anche uno scritto che testimonia per la prima volta al lettore italiano la concezione matura delle idee tolkieniane sulla morte.

Mani, dita e numeri Eldarin e scritti correlati

Il saggio Mani, dita e numeri Eldarin è uno dei numerosi lavori “storico- filologici” scritti da J.R.R. Tolkien durante gli anni 1967-70, un periodo molto produttivo che lo vide comporre anche “Il disastro dei Campi Iridati”, “Cirion ed Eorl e l’amicizia di Gondor e Rohan”, “Le battaglie dei Guadi dell’Isen” (pubblicati nei Racconti incompiuti), The Rivers and Beacon-hills of Gondor (citato estensivamente nei Racconti incompiuti e le cui parti rimanenti sono state pubblicate in Vinyar Tengwar 42), Of Dwarves and Men, The Shibboleth of Fëanor e The Problem of Ros (pubblicati in The Peoples of Middle-earth). Questo è il capitolo più “sostanzioso” del volume, diviso in due parti, a loro volta composte da ulteriori sezioni.

Nella prima parte è presentato il saggio Mani, dita e numeri Eldarin propriamente detto, che è così suddiviso:
I. Le parole per “mano” (pp. 55-61). Si passano in rassegna diversi termini per “mano”, alla quale gli Elfi attribuivano una grande importanza sia comunicativa sia simbolica. Da un termine neutro e indistinto per indicare l’intera mano, polso incluso (ma.a), si passa nelle lingue derivate (in Quenya, Sindarin e Telerin), a termini più specifici che assumono sfumature qualitative di significato, come nel caso di chi era “abile o esperto di mano” (maed). Con l’evoluzione delle lingue, i molti termini si fanno sempre più specializzati (maquá, kamba, quár e palta), crescendo di numero con lo sviluppo del linguaggio gestuale sempre più usato dagli Elfi. Di rilievo è il fatto che alcune interpretazioni furono proposte da Pengoloð, in contrasto con gli eruditi più antichi. Il punto di vista è quindi sempre quello elfico, con qualche nota su come alcuni gesti fossero “anomali”, perché usati dagli uomini (quello degli Argonath o del Dúnadan Halbarad nel Signore degli Anelli, ad esempio).
II. Destra e sinistra (pp. 61-62). Il breve testo sull’uso delle mani da parti degli elfi è incentrato sull’assenza di connotazioni negative per la mano sinistra e positive per la destra. Gli Elfi, infatti, non facevano alcuna differenza e potevano usare indifferentemente entrambe le mani per scrivere, iniziando, semplicemente per motivi pratici, da destra quando si scriveva con la sinistra e da sinistra quando si scriveva con la destra. Anche nell’uso del linguaggio dei gesti si adoperavano indifferentemente o l’una o l’altra mano, mentre si usavano entrambe le mani per segnalare maggiore enfasi o autorità da parte di chi eseguiva un certo gesto.
III. Le dita (pp. 62-66). Da un termine unico per le dita (leper), pollice compreso, ne derivano molti che vanno a designare le singole dita, e anche l’alluce dei piedi. Anche in questo caso, la specializzazione di alcuni termini è dovuta alle azioni che si compiono o ai gesti che determinano segnali diversi. Da notare che anche i nomi delle dita generano storie, come nel caso dei nomignoli per le dita nel linguaggio familiare. Il saggio, tuttavia, fu evidentemente abbandonato prima che la sezione sulle dita venisse completata, come si evince dal fatto che i nomi Telerin e Sindarin delle dita non sono presentati formalmente, sebbene alcuni siano incidentalmente menzionati nella presentazione dei nomi Quenya, e che il capoverso finale funga da introduzione alla teoria di Pengoloð sulla connessione fra il termine di origine antica neter per “9” e la parola Quenya nette “sorella” (un “nomignolo” dell’anulare). Il testo si interrompe prima che la teoria stessa sia effettivamente fornita.

Dal titolo, infine, si evince chiaramente anche l’intenzione di Tolkien di includere nel saggio una quarta sezione dedicata ai numeri. Sebbene tale sezione non sia mai stata scritta, i temi numerici associati allo sviluppo dei nomi delle dita (in particolare quelli per 3, 8 e 9) sono discussi in dettaglio nella sezione sulle dita.
Segue il testo privo di titolo qui chiamato “Neter, Kanat, Enek” (NKE), le pagine cioè dedicate ai numeri neter 9, kanat 4 ed enek 6, che costituiscono una sorta di finale alternativo del saggio MDN.

La seconda parte, anch’essa divisa in tre sezioni, presenta:
I. Il compendio del trattato Eldarinwe Leperi are Notessi (ELN), “Dita e numeri elfici”, attribuito sempre a Pengoloð di Gondolin. Il testo fu scritto da Tolkien chiaramente in un periodo posteriore a MDN, dopo il 1968. La sinossi è «una versione abbreviata di un curioso documento, apparentemente redatto a Númenor», che descrive i nomignoli delle dita che gli Elfi insegnavano ai bambini e che questi utilizzavano. Quindi, il tema è sempre quello delle dita, dell’origine dei loro nomi e di come gli Elfi avessero creato storie su di essi.
II. A ELN seguono due Appendici:
l’“Appendice A” presenta quattro brevi testi selezionati dalle “Note sparse” in cui Tolkien tenta di elaborare la relazione fra i numeri Quenya enque 6, minque 11 e yunque 12, insieme all’etimologia della loro comune terminazione -que;
l’“Appendice B” presenta una nota tarda sulle frazioni Quenya rinvenuta nel fascicolo intitolato “Quenya C”. Pur se frammentari, tutti questi brani si completano tra loro, rendendo bene evidenti i tentativi dell’autore di dare coerenza linguistica ai suoi scritti, come si potrà vedere ancor meglio qui di seguito.
III. La terza sezione presenta, infine, rispettivamente il testo “Variazione D/L in Eldarin Comune” (VDL), e “Il problema di Lhûn”. Il primo scritto, in particolare, è strettamente legato a MDN perché «può dimostrarsi essere un’espansione direttamente derivante da asserzioni più brevi presenti in MDN riguardo a tale fenomeno linguistico8. Se i brani divengono sempre più frammentari e legati per lo più a dettagli, che l’autore inglese sentiva il bisogno di approfondire prima di continuare la stesura dei saggi maggiori, alcuni di essi gettano luce su aspetti importanti della vita degli Elfi. Ci soffermiamo un po’ di più sullo scritto dal titolo “Il problema di Lhûn”. Proprio quest’ultimo testo è l’emblema di come Tolkien tornasse ripetutamente sui suoi scritti, modellando continuamente i termini linguistici per renderli coerenti con tutto il corpus delle sue opere: apparso per la prima volta nel 1940, il nome del fiume Lhûn rispecchiava il concetto della parola “azzurro” in Noldorin, una delle lingue degli Elfi. Quando nel 1954-55 fu pubblicato il Signore degli Anelli, lo scrittore aveva effettuato revisioni sostanziali alla fonologia, al vocabolario, alla grammatica e alla storia interna del Noldorin, esso stesso rinominato Sindarin. Così, nel 1966-67, nelle bozze di Nomenclature of The Lord of the Rings, Tolkien tentò di armonizzare il termine “Lhûn” con la lingua Sindarin. Nessuna soluzione soddisfacente fu trovata, così un anno dopo l’autore affrontò di nuovo il problema proprio nella stesura di Mani, dita e numeri Eldarin. Nella versione definitiva di “Variazione D/L in Eldarin Comune” Tolkien afferma che se Lhûn aveva origini elfiche, esso doveva essere «un’invenzione speciale» coniata specificamente per quel fiume, poiché non ha radici riscontrabili che avrebbero potuto storicamente svilupparsi in Sindarin. L’autore suggerisce però l’ipotesi secondo cui Lhûn sarebbe «probabilmente […] l’alterazione di un nome nella lingua dei Nani» (il Khuzdûl), da una radice che poteva essere “cadere, discendere rapidamente”, in riferimento alla sorgente montana del fiume. Tutti questi frammenti ci testimoniano così i tentativi di Tolkien di riportare il termine di un fiume, che appare anche nelle mappe del Signore degli Anelli, all’interno della coerenza di una lingua che era mutata radicalmente e che non prevedeva più quella sequenza consonantica. Tolkien non vi riuscì, ma arrivò comunque a darne una spiegazione: si tratta di un calco da un’altra lingua.
Bisogna essere grati a questo amore così intenso per le lingue da parte di J.R.R. Tolkien, perché è proprio da questa passione per così dire “maniacale” dell’autore che nacquero le più belle storie della Terra di Mezzo. E in questi scritti lo si può ben vedere, visti i tanti riferimenti letterari. In sintesi, leggendo questi saggi si ha la possibilità di dare un’occhiata dietro le azioni dei grandi Valar come Manwe, le bugie di Melkor, le vendette dei Noldor, la posa degli Argonath e la mano perduta da Beren. Ora anche i lettori italiani possono sbirciare dietro queste bellissime leggende.

Roberto Arduini e Claudio Antonio Testi


Ringraziamenti

La realizzazione di questo volume non sarebbe stata possibile senza il coraggio e la lungimiranza della Casa Editrice Marietti. Grazie anche alla Tolkien Estate e alla redazione di Vinyar Tengwar, per la fiducia e l’apprezzamento verso questo progetto e l’intera collana “Tolkien e dintorni”. Siamo inoltre grati a tutta la redazione di Eldalië per la disponibilità con cui ci hanno fin da subito sostenuto e appoggiato. Non possiamo infine dimenticare la nostra équipe (Simona Calavetta, Giampaolo Canzonieri, Gianluca Comastri, Roberto Fontana, Lorenzo Gammarelli, Alberto Ladavas) che ha lavorato a questo volume: per la competenza tecnica, la conoscenza dell’opus tolkieniano e la professionalità con cui hanno reso possibile questa difficilissima traduzione non potranno mai essere elogiati a sufficienza.

 

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